Un
tempo la censura era tecnica invasiva, ma discretamente semplice. Sottili
strisce di carta coprivano le righe più
pessimiste delle lettere dei militari al
fronte, o nascondevano frasi imbarazzanti sulle pagine dei giornali oppure
deludevano la curiosità nei confronti di documenti segreti non divulgabili
all'opinione pubblica. La censura era - e resta, in molti Paesi del mondo - una manifestazione
fra le più violente del Potere. Il
divieto di pronunciare e di scrivere si esprime nella proibizione di comunicare ciò che non deve essere letto e ascoltato.
Le
Costituzioni democratiche l'hanno
rimossa, ma neppure gli ordinamenti liberali possono eliminare il bisogno di censura che si avverte
in tutti i soggetti che detengono un qualche potere. D'altra parte, proprio la presenza della
democrazia rende impraticabile quella che chiameremo censura per eliminazione.
Nulla e nessuno può sopportare in
Occidente l'affronto di una riga cancellata. L'operazione del nascondere
esibirebbe una tracotanza totalitaria a
sua volta incapace di reggere l'urto con la reazione di tutte le indignazioni
fra loro coalizzate.
Ma
la postmodernità ha trovato un espediente che nasconde l'operazione del
nascondere. La diagnosticò già negli anni settanta Umberto Eco, che per
definire questa nuova e più subdola patologia del potere coniò l'espressione censura additiva, un'attività che
consiste nel coprire non già la parola da nascondere, ma la stessa attività
censoria. La censura della censura si
pratica con l'emissione di una sovrabbondanza di informazioni che rendono non
intellegibile l'operazione del nascondere e, per conseguenza, vittoriosamente non visibile l'oggetto che si vuol rendere
invisibile.
In
questa tecnica di comunicazione si sta rivelando maestro Beppe Grillo, il capo
del movimento politico 5 stelle.
Sperimentata con largo successo durante la campagna elettorale, negli ultimi giorni è stata applicata
tuttavia in modo tanto smaccato da cadere nell'autodenunica.
Gli
esempi.
Martedì
2 aprile i giornali rivelano l'amore spassionato di Marine Le Pen per i Cinque
stelle. Ci si aspetterebbe una risposta sdegnata. Ma Il blog di Grillo tace
sull'argomento, preferendo il comico ospitare sul suo magazine la lettera
disperata di un tassista in gravi difficoltà economiche. L'operazione non
nasconde soltanto la dichiarazione di Marine Le Pen, ma anche la volontà di non
rispondere all'offerta dell'estremista francese. Grillo conosce bene il suo
elettorato: sa che se accetterà, perderà i cittadini che arrivano dall'estrema
sinistra; se rifiuterà, rischierà l'addio di quelli che fanno l'occhiolino a
casa Pound. La lettera del tassista
serve dunque a coprire sia le avances di Marine Le Pen sia il silenzio
del Movimento.
Stesso
silenzio rispetto all'intervista bomba rilasciata il 4 aprile dal parlamentare grillino Tommaso Currò a La
Stampa. Per tutta risposta, il blog di Grillo lancia un referendum sulla
privatizzazione di sue reti Rai e sul mantenimento unica rete tipo BBC. Obbiettivo raggiunto, verrebbe da dire.
Perché la discussione in rete passa in pochi secondi dall'esame del caso Currò
alla disamina dell'ennesima invettiva a cinque stelle. Nessuna risposta
politica e nessuna spiegazione sull'assenza di risposte, salvo qualche parola
rubata dai cronisti durante l'esilarante riunione conviviale nei pressi di
Fiumicino.
Tutto
tace, sulle cose che contano.
E
mentre infatti il Corriere della Sera riprende un'inchiesta del Sole 24 ore
rispetto agli affari non del tutto trasparenti che ruotano attorno al blog di
Grillo (http://www.corriere.it/politica/13_aprile_05/movimento-cinque-stelle-spese-e-ricavi-beppe-grillo-casaleggio_ee709a5a-9de3-11e2-9da0-834a30d18cb2.shtml),
il
blog se ne esce inopinatamente avanzando sospetti sulla morte del responsabile
della Comunicazione di MPS. Chiedere per non rispondere, la tecnica.
Per
svelare il gioco sarebbe sufficiente rendere pan per focaccia e non farsi
imporre la censura. Continuando a chiedere risposte anche quando (come ieri)
sono i deputati fedeli alla linea a pretendere di porre loro le domande. Per
far capire che ormai sono politici di un partito e come tali vanno
trattati. Non controllori, ma
controllati; non autorizzati a fare domande, ma tenuti a dare risposte; non
dotati del diritto di scegliere i giornalisti, ma obbligati ad accontentarsi di
quel che c'è.
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