sabato 6 aprile 2013

BEPPE GRILLO E LA CENSURA ADDITIVA



Un tempo la censura era tecnica invasiva, ma discretamente semplice. Sottili strisce di carta  coprivano le righe più pessimiste  delle lettere dei militari al fronte, o nascondevano frasi imbarazzanti sulle pagine dei giornali oppure deludevano la curiosità nei confronti di documenti segreti non divulgabili all'opinione pubblica. La censura era - e resta,  in molti Paesi del mondo - una manifestazione fra le più violente del Potere.  Il divieto di pronunciare e di scrivere si esprime nella proibizione di comunicare ciò che  non deve essere letto e ascoltato.

Le Costituzioni democratiche  l'hanno rimossa, ma neppure gli ordinamenti liberali possono  eliminare il bisogno di censura che si avverte in tutti i soggetti che detengono un qualche potere.  D'altra parte, proprio la presenza della democrazia rende impraticabile quella che chiameremo censura per eliminazione.  Nulla e nessuno può  sopportare in Occidente l'affronto di una riga cancellata. L'operazione del nascondere esibirebbe  una tracotanza totalitaria a sua volta incapace di reggere l'urto con la reazione di tutte le indignazioni fra loro coalizzate.

Ma la postmodernità ha trovato un espediente che nasconde l'operazione del nascondere. La diagnosticò già negli anni settanta Umberto Eco, che per definire questa nuova e più subdola patologia del potere coniò l'espressione censura additiva, un'attività che consiste nel coprire non già la parola da nascondere, ma la stessa attività censoria.  La censura della censura si pratica con l'emissione di una sovrabbondanza di informazioni che rendono non intellegibile l'operazione del nascondere e, per conseguenza,  vittoriosamente non   visibile l'oggetto che si vuol rendere invisibile.

In questa tecnica di comunicazione si sta rivelando maestro Beppe Grillo, il capo del movimento politico 5 stelle.  Sperimentata con largo successo durante la campagna elettorale,  negli ultimi giorni è stata applicata tuttavia in modo tanto smaccato da cadere nell'autodenunica.

Gli esempi.
Martedì 2 aprile i giornali rivelano l'amore spassionato di Marine Le Pen per i Cinque stelle. Ci si aspetterebbe una risposta sdegnata. Ma Il blog di Grillo tace sull'argomento, preferendo il comico ospitare sul suo magazine la lettera disperata di un tassista in gravi difficoltà economiche. L'operazione non nasconde soltanto la dichiarazione di Marine Le Pen, ma anche la volontà di non rispondere all'offerta dell'estremista francese. Grillo conosce bene il suo elettorato: sa che se accetterà, perderà  i cittadini che arrivano dall'estrema sinistra; se rifiuterà, rischierà l'addio di quelli che fanno l'occhiolino a casa Pound.  La lettera del tassista serve dunque a coprire sia le avances di Marine Le Pen sia il silenzio del Movimento.

Stesso silenzio rispetto all'intervista bomba rilasciata il 4 aprile dal  parlamentare grillino Tommaso Currò a La Stampa. Per tutta risposta, il blog di Grillo lancia un referendum sulla privatizzazione di sue reti Rai e sul mantenimento unica rete tipo BBC.  Obbiettivo raggiunto, verrebbe da dire. Perché la discussione in rete passa in pochi secondi dall'esame del caso Currò alla disamina dell'ennesima invettiva a cinque stelle. Nessuna risposta politica e nessuna spiegazione sull'assenza di risposte, salvo qualche parola rubata dai cronisti durante l'esilarante riunione conviviale nei pressi di Fiumicino.
Tutto tace, sulle cose che contano.
E mentre infatti il Corriere della Sera riprende un'inchiesta del Sole 24 ore rispetto agli affari non del tutto trasparenti che ruotano attorno al blog di Grillo (http://www.corriere.it/politica/13_aprile_05/movimento-cinque-stelle-spese-e-ricavi-beppe-grillo-casaleggio_ee709a5a-9de3-11e2-9da0-834a30d18cb2.shtml),
il blog se ne esce inopinatamente avanzando sospetti sulla morte del responsabile della Comunicazione di MPS. Chiedere per non rispondere, la tecnica.

Per svelare il gioco sarebbe sufficiente rendere pan per focaccia e non farsi imporre la censura. Continuando a chiedere risposte anche quando (come ieri) sono i deputati fedeli alla linea a pretendere di porre loro le domande. Per far capire che ormai sono politici di un partito e come tali vanno trattati.  Non controllori, ma controllati; non autorizzati a fare domande, ma tenuti a dare risposte; non dotati del diritto di scegliere i giornalisti, ma obbligati ad accontentarsi di quel che c'è.

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