sabato 23 marzo 2013

PERCHÈ NON POSSIAMO NON CHIAMARLI GRILLINI






C'è un antico  libro di  Roland Barthes, forse ancora pubblicato da Einaudi, che mi sentirei di consigliare a chi cercasse di capire il linguaggio dei grillini. Li chiamerò  così, grillini, e non Movimento 5 Stelle, per un motivo che chiarirò fra poco.
Il titolo del libro è Sistema della moda. Colpisce certo l'accuratezza chirurgica con la quale sono scovati e descritti gli apparati linguistici che costituiscono il significato dei capi di abbigliamento, ma c'è dell'altro. C'è il linguaggio,  e prima ancora il lessico, irrimediabilmente totalitario della moda.
Che cosa fa in modo che un cappellino per le corse sia effettivamente tale? E un abito da sera, per quale misterioso motivo non sarebbe  adatto alla prima colazione?
Il totalitarismo del lessico si esprime nella ripetizione ossessiva che vale per certe parole e  nel divieto assoluto di utilizzarne altre.  E' un universo circoscritto, definito dall'esterno da una divinità nascosta. E' così. Quel cappellino  è per le corse e non c'è al mondo nessuno che possa sospettarne un uso diverso. Punto.

Colpisce l'analogia con quel che accade dentro il linguaggio imposto dai grillini.  E' così rigoroso, questo linguaggio, da indurre i leader a rifiutare interviste e confronti. Sbaglia chi pensa che tutto possa ridursi al disprezzo per la stampa. La questione è più radicale: solo nella comunicazione unidirezionale possono esercitare il monopolio lessicale di cui si sono impadroniti.

Per questo accade che rifiutino per se stessi la qualifica di grillini, pretendendo che si usi l'espressione parlamentari, o elettori, o militanti del Movimento 5 Stelle.
Per questo, allo stesso modo,  impongono ai loro avversari nomi sprezzanti quali Gargamella (Bersani), Pd-l (per il Parito Democratico). A ogni oggetto una didascalia. Ma sono loro a scriverla.  Solo la direzione  del museo degli orrori può decidere chi è orribile e chi no.

Accade così che i media, privati della possibilità di portare Grillo e i suoi adepti  su un terreno espressivo meno desertificato, accettino le norme  del linguaggio imposte dall'esterno. Per educazione e rispetto molto di noi sono tentati di accettare quelle regole del gioco. Ma se si osserva il carattere totalitario di quelle regole, se si considera il tentativo di spingerci tutti in un universo simbolico concentrazionario, sarebbe salutare avvertire  l'istinto di sottrarsi a una forma di totalitarismo tanto più pericolosa in quanto esibita in nome della libertà.

E quindi, per quanto mi riguarda, li chiamerò grillini.  Ribellarsi è giusto. Mai come contro questa setta che promette povertà per tutti.

2 commenti:

  1. Corretto, stringato ma completo. Condivido l'analisi e invito altri a trarne ulteriori, implicite conseguenze sia nella comunicazione che nell'azione politica. Grazie, Enzo.

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